la mia idea di giustizia

Tor Vergata e l’aria che si respira a Roma

17/03/2010  |  pubblicato da luisacapelli

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Pochi giorni fa avevo scritto della visita del Presidente Napolitano a Tor Vergata e dell’intervista in cui ha affermato che nell’Ateneo si respira una bella aria, diversamente dalla bolgia che alligna altrove.

In molti ci siamo stupiti e ribellati a questa lettura del Presidente della Repubblica che ignora, o finge di ignorare, il clima che davvero si respira nelle università e nella città di Roma.

L’ultimo terribile esempio di tale situazione è quanto accaduto a Tor Vergata lunedì mattina a margine di un convegno organizzato dal “Comitato solidarista Popoli” (fondatore Franco Nerozzi, condannato per traffico di armi), che nasconde in realtà i gruppi di “Casa Pound” e “Blocco studentesco”. Il convegno, finanziato tra i programmi culturali dell’Ateneo, era stato contestato dagli studenti del “Collettivo Lavori in corso”, i quali si apprestavano a fare un volantinaggio contrario all’iniziativa fuori dal Rettorato e dalla facoltà di Giurisprudenza, dove il convegno era in corso.

Prima ancora di iniziare il volantinaggio, gli studenti sono stati accerchiati e aggrediti da un gruppo di circa cinquanta attivisti delle organizzazioni neofasciste: inseguiti, colpiti a cinghiate e feriti pesantemente.

Il Presidente Napolitano dovrebbe informarsi: questa è l’aria che respirano troppo spesso gli studenti e i cittadini di Roma e non aiutano certe affermazioni e decisioni che fanno apparire legittime tutte le posizioni, anche quelle che la nostra Costituzione ha dichiarato fuori legge.

Aggressioni e atti violenti in questa città si contano con sempre maggiore frequenza; a farne le spese sono giovani, gay, immigrati, coloro che agli occhi di alcuni rappresentano una diversità inconciliabile, una ricchezza incomprensibile, una gioia di vivere lontana mille miglia dalle parole e dalle azioni intolleranti, razziste e fasciste che saturano l’aria che Napolitano non ha respirato.

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L’aria che piace al Presidente Napolitano

11/03/2010  |  pubblicato da luisacapelli

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Il Presidente della Repubblica, in visita a Tor Vergata, ha detto, compiaciuto: “Qui si è respirata una bella aria, altrove c’è la bolgia“.

Non so a cosa si riferisse Napolitano, non avrei comunque potuto saperlo.

La conferenza per il 150 anno dell’Unità d’Italia alla quale il Presidente è intervenuto, organizzata dalla Facoltà di Lettere dell’Università presso cui insegno da cinque anni, era infatti riservata ai soli invitati, ai docenti ordinari e senatori accademici dell’Ateneo.

Preclusa quindi ai docenti a contratto, ai ricercatori, agli studenti. Anzi, la Facoltà per l’occasione è stata proprio chiusa a tutti coloro che la animano quotidianamente, le persone che rendono le università quei luoghi aperti alla ricerca, alla condivisione e produzione del sapere.

Forse al Presidente farebbe bene una maggiore disponibilità all’incontro e al confronto con i giovani che dovrebbero rappresentare il futuro del nostro Paese.

Nel video qui sotto la visita di Napolitano all’Università della Calabria l’anno scorso. Anche in quella occasione, nella platea tanti politici e accademici…

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Appello dei candidati indipendenti Idv

11/03/2010  |  pubblicato da luisacapelli

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Siamo candidati indipendenti con l’Italia dei Valori per le regionali del 28/29 marzo. Abbiamo scelto di candidarci nelle liste di Idv poiché pensiamo che questo partito offra una possibilità di cambiamento a partire dal ripristino delle regole costituzionali e democratiche. Non a caso, questo è anche l’unico partito che ci ha coinvolto e che sta dando anche ad altri indipendenti la possibilità di lavorare a un progetto politico dal basso.

I nostri mestieri sono diversi, e fino ad ora siamo stati impegnati nella politica restando fuori dalla vita dei partiti, battendoci nei nostri campi per la legalità e contro il malaffare e la criminalità, promuovendo la cultura, l’espressione artistica, l’informazione, la comunicazione in Internet come beni comuni da tutelare nella loro libertà. Abbiamo scelto di porre in secondo piano le nostre professioni, accettando la sfida di “mettere la faccia” in un progetto che intende portare, dentro la politica, le esperienze e le battaglie di una parte della società civile che vive l’attuale situazione del nostro Paese come un’emergenza. Ripristino delle garanzie costituzionali, difesa dello Stato, trasparenza e pulizia nella Pubblica Amministrazione, partecipazione dei cittadini: sono le armi pacifiche con le quali combattiamo la degenerazione della politica e il partito trasversale degli affari.

Ci riconosciamo nelle Agende Rosse che chiedono verità per i troppi delitti mafiosi impuniti, nel Popolo Viola che esige il rispetto della Costituzione, nelle donne e nei giovani che si sentono quotidianamente espulsi e mortificati dalla vita sociale e politica italiane. Queste istanze hanno trovato uno spazio importante dentro l’Idv, ma il cammino intrapreso non sarà semplice né breve: ne siamo consapevoli e ci battiamo perché ciò avvenga con maggiori coraggio e convinzione.

Le Regioni sono amministrazioni con notevoli e diretti poteri di intervento sulle vite di chi abita città e paesi: sosteneteci e appoggiate il nostro impegno, per renderle più vicine a tutti noi.

Luisa Capelli, candidata al Consiglio regionale del Lazio (provincia di Roma)
Emiliano Morrone, candidato al Consiglio regionale della Calabria (provincia di Cosenza)
Giulio Cavalli, candidato al Consiglio regionale della Lombardia (province di Milano e Varese)
Benny Calasanzio, candidato al Consiglio regionale del Veneto (provincia di Verona)
Davide Bortoletto, candidato al Consiglio regionale del Veneto (provincia di Treviso)
Mauro Freguglia, candidato al Consiglio regionale del Veneto (provincia di Rovigo)
Maurizio d’Este, candidato al Consiglio regionale del Veneto (provincia di Padova)
Stefano De Barba, candidato al Consiglio regionale del Veneto (provincia di Belluno)
Valerio D’Alessio, candidato al Consiglio regionale dell’Emilia Romagna (provincia di Bologna)

Ringrazio di cuore Sonia Alfano che ha pubblicato l’appello sul suo blog, dopo averne proposto il contenuto agli altri candidati.

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Il pasticciaccio delle regionali nel Lazio

9/03/2010  |  pubblicato da luisacapelli

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A che punto siamo?

Conviene ricapitolare, ché la matassa è imbrogliata assai.

1) La lista del Pdl non presentata nei termini, e perciò esclusa dall’ufficio elettorale del tribunale elettorale e poi dalla Corte d’Appello, non è stata riammessa dal Tar ieri; nella decisione, i giudici dicono di non aver tenuto conto del decreto salva-liste poiché nel Lazio la materia elettorale è disciplinata dalla legge regionale 2/2005 e non può esserlo da norme nazionali. Tale decisione è stata contestata dal Pdl attraverso la volontà di ricorrere al Consiglio di Stato il quale dovrà decidere entro il 6 maggio (quindi non necessariamente prima dello svolgimento delle elezioni), eventualmente mettendo in discussione l’esito elettorale.

2) Ora la palla è tornata all’ufficio elettorale del Tribunale. Qui la lista è stata riconsegnata ieri e il Pdl spera in una sua ammissione grazie al decreto salva-liste. Il parere sarà emesso in giornata.

Cosa può accadere?

1. La lista non viene ammessa: perché non è dimostrabile che il contenuto del faldone non sia stato manomesso da sabato scorso (anzi, parrebbe proprio che ciò sia avvenuto, alimentando il mistero della scatola) e perché si considera inapplicabile il decreto, stante la normativa regionale.

2. La lista viene ammessa, in nome del decreto salva-liste. In questo caso, sono già annunciati i ricorsi della giunta regionale del Lazio (per conflitto di competenza con la legge elettorale regionale) e delle opposizioni (anche per le irregolarità di cui sopra).

3. Le elezioni vengono rinviate solo nel Lazio per intervento del governatore provvisorio della regione Esterino Montino, oppure il rinvio riguarderà tutte le regioni attraverso una decisione nazionale.

In ogni caso ci troviamo e ci troveremo in una situazione di estrema incertezza, determinata anche dai ricorsi già avanzati da diverse giunte regionali. Se accolti dalla Consulta, ad elezioni già svolte, quei ricorsi potrebbero condurre all’invalidazione dell’intero risultato elettorale.

Ha ragione Ciampi: tutto questo si sarebbe potuto evitare se solo ci fosse stata l’umiltà di ammettere gli errori (chiamiamoli così) compiuti ed evitando di sommare arroganza e pasticci, in una serie interminabile di offese della giustizia e delle più elementari regole della convivenza civile. E si fosse espressa la capacità di svolgere, per una volta, una funzione dirigente e responsabile nei confronti del Paese: quella funzione che i cittadini si aspettano, a prescindere dal colore del governo in carica.

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Offesa e indignata

7/03/2010  |  pubblicato da luisacapelli

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Queste sono davvero pessime giornate. Una pensa che il limite sia stato raggiunto, che peggio di così eccetera eccetera. Invece ecco che arriva l’ennesima mazzata e capisci quanto i saggi fossero veramente saggi ricordando che il peggio non è mai morto.

Quello che mi offende e mi indigna non è tanto il fatto che il governo abbia varato un decreto “interpretativo” (sì, ciao) che è la quintessenza dello strapotere berlusconiano, quanto che il Presidente della Repubblica lo abbia sottoscritto.

Se Napolitano sia stato minacciato non lo sapremo mai, quello che sappiamo è che un Presidente della Repubblica non si piega alle minacce: è stato eletto proprio per le qualità che dovrebbero renderlo, meglio di altri, preparato a resistervi.

Il decreto forza la mano dei Tribunali regionali che in queste ore stanno decidendo l’ammissibilità o meno delle liste per le prossime elezioni regionali del 28 e 29 marzo. E obbliga i giudici a ignorare la legge esistente (quella in base alla quale le elezioni sono state indette e tutti vi stiamo partecipando), adottando nuovi criteri per emettere la sentenza.

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Perché, come scrive Ferdinando Imposimato, “Il decreto (’salva-lista’ n. 29 del 5 marzo 2010) stravolge le regole non le interpreta“, in quanto: “la legge chiara non richiede interpretazione, specie da chi è parte in causa, come il governo”. E aggiunge che “il Presidente della Repubblica non poteva firmare il decreto, che non spiega ma introduce una nuova regola, stravolgendo, a vantaggio di una parte, quella esistente“.

Ma la faccenda più assurda è che la nuova regola stabilisce che la presenza di una persona nell’ufficio elettorale equivale alla consegna della lista elettorale. Come se fosse sufficiente entrare in un ufficio postale per dimostrare di aver pagato un conto corrente, entrare nell’atrio scolastico per risultare presenti alle lezioni, recarsi dove si svolge un concorso per parteciparvi. Citando ancora Imposimato: “si viola la legge attraverso un’altra legge che introduce una regola sbagliata“.

Così contano sulla riammissione della lista del Pdl, non presentata nel Lazio per la provincia di Roma, a causa della ormai nota assenza dal tribunale dei rappresentanti che erano stati incaricati del compito.

Accenno brevemente alla vicenda riguardante la Lombardia: per la lista di Formigoni, come scrivevo qui, appariva già piuttosto probabile l’ammissione senza ricorso a leggi speciali. Così è stato, come dimostra la decisione di ieri del Tar, che pare essere stata presa senza tener conto del decreto “salva liste”, non ancora pubblicato sulla Gazzetta ufficiale quando i giudici hanno iniziato la camera di consiglio.

Dunque torniamo al Lazio, che appare la causa principale del mostro giuridico partorito dal governo e sottoscritto da Napolitano.

Il Presidente Napolitano, per spiegare la sua decisione, ha pubblicato sul sito del Quirinale una lettera di risposta a due cittadini nella quale fa riferimento unicamente al caso lombardo: “Non era sostenibile – scrive Napolitano – che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo”.

Il Presidente tace sul Lazio, poiché qui, come ben spiega la giudice Anna Argento (Presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise di Roma – denunciata per abuso d’ufficio!) “nulla avevamo, non si poteva valutare una lista che materialmente non esisteva“:

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Il Presidente Napolitano fa genericamente appello alla necessità di garantire il “diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi” ma è opportuno ricordare che, nella provincia di Roma (quella dove la lista del Pdl non è stata ammessa) gli elettori avrebbero comunque potuto votare la lista della candidata governatrice e altre quattro liste apparentate regolarmente presentate nei termini: Udc, La Destra-Storace, Udeur, Movimento per Roma e per il Lazio di Michele Baldi.

La lista esclusa, quella del Pdl, è però una lista che muove tanti, troppi soldi perché i candidati che vi sono inclusi potessero trovarsi fuori dai giochi: a loro è dedicato il decreto interpretativo. Loro non fanno le file e non si occupano di presentare le liste; loro la politica la fanno promettendo ed elargendo favori (ed esigendone di salatissimi in cambio).

Firmando il decreto del governo il Presidente Napolitano ha preferito difendere i loro interessi anziché quelli dei cittadini che rispettano le regole.

Ma la partita non è chiusa: i giudici del TAR possono sollevare la questione di Costituzionalità per violazione dell’art. 3, “la legge è uguale per tutti“; e la Regione Lazio ha già annunciato che muoverà davanti alla Corte Costituzionale un conflitto di competenza contro il decreto legge interpretativo.

E poi ci siamo noi cittadini, che abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci a un sopruso che ancora una volta premia i forti e punisce i deboli.

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Alfre’, areggime er posto

5/03/2010  |  pubblicato da luisacapelli

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Il Presidente Napolitano per ora ha detto NO. Berlusconi, nell’incontro di ieri sera, gli ha proposto un decreto che sposti di qualche giorno la data delle elezioni e consenta di riammettere tutte le liste escluse.

Napolitano ha detto pure “aspettiamo le sentenze dei TAR”, i tribunali regionali che stanno vagliando, in Lombardia e nel Lazio, l’ammissibilità o meno delle liste nella prossima competizione elettorale. Cosa possiamo aspettarci da queste sentenze, a soli 23 giorni dal voto?

Ipotesi 1: tutte le liste vengono riammesse. Si tratta di una possibilità ritenuta assai improbabile.

Ipotesi 2: in Lombardia viene esclusa la lista Formigoni e con essa tutte le liste apparentate; nel Lazio viene esclusa la sola lista del Pdl. In questo caso, in Lombardia gli elettori del centro destra si troverebbero privi dei partiti di riferimento da votare, mentre nel Lazio potrebbero far convergere i loro voti sulle liste della candidata Polverini e degli altri partiti apparentati.

Ipotesi 3 (data per probabile questa mattina da diversi commentatori): la lista Formigoni in Lombardia viene riammessa, dunque in quella regione gli elettori del Pdl avrebbero il loro candidato da votare. Nel Lazio, invece, viene confermata l’assenza della lista Pdl dalla provincia di Roma per mancata presentazione ma restano tutte le altre di sostegno a Renata Polverini.

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Tutti e tre questi scenari hanno una sola e unica causa: la superficialità e l’arroganza di coloro che avrebbero potuto e dovuto rispettare la legge e non lo hanno fatto, confidando nella possibilità di “sistemare” le cose nel solito modo, aggirandola o cambiandola come gli fa più comodo. E il risultato è che, ancora una volta, non si discutono problemi e soluzioni che partiti e candidati propongono ai cittadini e gli elettori vengono ridotti a spettatori.

Il risultato è che non si parla degli sviluppi dell’inchiesta sulla protezione civile o delle limitazioni alla libertà cui è sottoposta l’informazione della Rai.

In tutti i casi, le grida sconnesse che provengono da molti esponenti della destra, “rapina”, “siamo pronti a tutto”, “daremo una prova di forza”, dovrebbero rivoltarsi contro quei signori dei loro partiti le cui faccione ancora campeggiano sui muri delle nostre città.

Quelli che hanno già speso decine e decine di migliaia di euro per assicurarsi un seggio in consiglio regionale continuando a fare da lì i propri interessi e non certo quello dei cittadini che li avrebbero votati; quelli che li manovrano, finanziando le campagne elettorali loro e quelle dei candidati presidenti: è dedicata a loro la legge che pensano di partorire. E con loro se la dovrebbero prendere gli elettori del centro destra eventualmente impossibilitati a votarli.

Siamo alle solite: in questo Paese, per alcuni, il rispetto della legge è un optional. In fila ci sta sempre qualcun altro: loro c’hanno di meglio da fare.

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Campagne elettorali

25/02/2010  |  pubblicato da luisacapelli

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Sarà lo sciopero di Emma Bonino per denunciare le irregolarità nella raccolta delle firme per la presentazione delle liste. Sarà che nessuna delle due coalizioni nel Lazio è riuscita finora a emergere lanciando una proposta forte e visibile ai cittadini. Fatto sta che i segni della competizione elettorale si riducono ai soliti faccioni che infestano il panorama e al gossip sui candidati.

Sarà anche per questo che i sondaggi continuano a rilevare una situazione di parità tra le due candidate a governatrici della regione.

Il misero dibattito sullo sciopero di fame e sete di Emma Bonino la dice lunga. Che si sia o meno d’accordo sullo sciopero, è stato denunciato un problema enorme, che ha parecchio a che fare con la mutazione in atto nella società e nella politica italiana. L’ennesima legge viene disattesa. Ma questa volta a subire le conseguenze di regole costruite su misura della prima Repubblica (quando i partiti erano in grado di mobilitare centinaia di persone in pochi giorni) non sono più solo i partiti “storicamente” minori: la faccenda investe un po’ tutti, le cause sono note e in gran parte legittime.

Penso che una candidata governatrice dovrebbe utilizzare modalità diverse dallo sciopero della fame per chiedere il rispetto e il ripristino delle garanzie democratiche, ma il silenzio e/o certe forme di solidarietà paternalistica su questa vicenda dovrebbero suonare come un campanello d’allarme per quanti ancora nutrono qualche speranza nella costruzione di una politica per i cittadini.

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Io Berlusconi lo voglio sconfiggere con un sorriso

13/12/2009  |  pubblicato da luisacapelli

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Dopo l’ennesimo intervento in cui ha insultato ancora una volta magistrati, giornalisti e corte costituzionale, oltre a chiunque si opponga al suo governo, il cavaliere è stato aggredito da uno psicolabile.

C’era da aspettarsi che accadesse, ma l’unico a cui può giovare un atto di tale idiozia è proprio Berlusconi.

Prepariamoci all’onda mediatica di riprovazione e disprezzo verso chiunque abbia mai pronunciato una parola contro il berlusconismo.

Ma prepariamoci con il sorriso, come abbiamo fatto il 5 dicembre con le nostre sciarpe viola.

Sorridendo, poiché per noi è divertente e bello immaginare di vivere in un Paese con un’informazione libera, con una giustizia e un parlamento che finalmente facciano il proprio dovere senza ostacoli, con un governo che risponda alle emergenze che impediscono un’esistenza serena a tanti cittadini italiani.

Siamo preoccupati, offesi e stanchi, ma non siamo violenti e sappiamo sorridere, poiché gli unici interessati a seminare odio sono coloro che difendono privilegi e impunità cui non possono permettersi di rinunciare.

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Teletrasporto democratico

30/10/2009  |  pubblicato da luisacapelli

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Lo conosciamo tutti, l’abbiamo studiato alla noia, ma l’abbiamo troppo in fretta dimenticato.


Qui ad Atene noi facciamo così (Pericle – Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.)


Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita a una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

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In un Paese normale…

8/10/2009  |  pubblicato da luisacapelli

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In un Paese normale il governo, nel suo esercizio del potere esecutivo, dovrebbe occuparsi di rendere migliore la vita dei suoi cittadini. Dovrebbe occuparsi di questo, seguendo le priorità dettate dal proprio programma politico, condiviso dalla maggioranza che lo ha votato.

In un Paese normale, per approvare leggi di rilievo costituzionale – cioè che modificano in qualche modo lo spirito e lo scritto della Carta fondamentaleoccorre che nel parlamento, che esercita potere il legislativo, si stabilisca un ampio consenso, un consenso molto più esteso della maggioranza di governo. Questa non è di per sé la garanzia che le leggi approvate siano rispettose della Carta, ma riduce (o dovrebbe ridurre) i margini di errore e di parzialità dei provvedimenti.

In un Paese normale, se il governo vuole far approvare una legge di modifica della Costituzione, dovrebbe auspicare – nella logica di collaborazione tra i poteri che bilanciano la vita democratica – che quella legge fosse sottoposta al giudizio del massimo grado del potere giudiziario, la Corte Costituzionale, poiché i giudici componenti della Corte si esprimono a nome e per conto di tutti i cittadini e dei loro diritti.

La legge 124 del 2008Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato”, cosiddetta “lodo Alfanoè una legge che modifica la Costituzione. La modifica in due articoli importanti, ha sentenziato ieri la Corte Costituzionale. Nell’art. 3, “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E nell’art. 138, “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione”.

Se vivessimo in un Paese normale questa legge – che di fatto stabilisce l’immunità per il Presidente del Consiglio – non avrebbe dovuto essere presentata; non avrebbe dovuto essere approvata in Parlamento; infine, non avrebbe provocato l’indignazione di tanti cittadini, un milione dei quali hanno firmato per sottoporla a referendum abrogativo.

Se vivessimo in un Paese normale, non si dovrebbe dare un altro nome a questa legge per cercare di farla approvare, ma si dovrebbe tornare ciascuno ai propri compiti istituzionali. Noi cittadini ne abbiamo bisogno.

Se vivessimo in un Paese normale, sarebbe giusto che Silvio Berlusconi affrontasse i processi in cui è imputato (corruzione in atti giudiziari e reati societari).

Se vivessimo in un Paese normale sarebbe giusto che chi, come il nostro Presidente del Consiglio, ha forzato la mano al governo e al parlamento e costretto il più alto organo della magistratura a respingere una legge per le sue caratteristiche di ingiustizia e di parzialità (legge ad personam), si dimettesse dal suo incarico per difendersi nelle aule di giustizia senza trascinare nel discredito il Paese che rappresenta.

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