categorie: libri: istruzioni per l’uso

Editoria a pagamento e… il mio outing

Lunedì scorso Lipperatura ha pubblicato la lista degli editori a pagamento e a doppio binario (quegli editori che prevedono il pagamento per una parte delle pubblicazioni). Una decisione che Loredana Lipperini ha preso in seguito alla rimozione della lista decisa dagli amministratori di Writer’s Dream, sito e forum nati su iniziativa di Linda Rando, prima a pubblicare la lista EAP e a subirne le conseguenze.

La quantità di commenti rapidamente accumulati nella pagina di Lipperatura (e altre parallele discussioni, per esempio su Twitter) dimostrano quanto spinoso sia l’argomento, quanto coinvolga gli autori e gli aspiranti tali e cosa possa accadere, scrive Lipperini in un commento, “quando si scoperchia un vaso di questo genere”.

Mi trovo in completo accordo con Loredana Lipperini e con chi sta pubblicando la lista in questo momento, sfidando minacce e querele; penso che la pubblicazione delle liste costituisca una risorsa “estrema” praticata da chi si oppone al velo di silenzio esistente attorno a queste pratiche. Un velo che nasconde troppo spesso business costruiti a spese di autori ingenuamente, o presuntuosamente, inconsapevoli e che inseguono impossibili sogni di successo. Preferibile sarebbe, da parte degli editori – a ciò serve la pubblicazione delle liste –, assumere comportamenti trasparenti e dichiarare quali sono le politiche editoriali adottate nella selezione delle opere per la pubblicazione, se e quali sono le forme di partecipazione al rischio della pubblicazione richieste agli autori. Cito ancora Lipperini:

E non per mettere sotto accusa nessuno, si badi: semplicemente per proporre all’autore una scelta consapevole. Nessuno condanna chi sceglie di pubblicare pagando, né chi decide di chiedere soldi all’esordiente come contributo. Forse, però, è corretto saperlo. [grassetti miei]

Per contribuire a questa “operazione trasparenza” vorrei allora iniziare dal racconto dell’esperienza personale che so assai diffusa nell’editoria di saggistica in Italia, augurandomi che altri editori attivi in questo ambito vogliano partecipare alla discussione.

La saggistica dedicata alla ricerca in Italia vende cifre irrisorie e far quadrare i bilanci è un’impresa più vicina all’impossibile che al difficile. Trattandosi di un dato assodato, autori, editori, traduttori e ogni figura coinvolta nella produzione di questo tipo di libri considera normale adoperarsi per finanziare l’edizione di opere che altrimenti non avrebbero alcuna chance di essere pubblicate.

I casi più frequenti riguardano le opere tradotte, le opere prime, gli atti di convegni e i libri collettanei, le riviste.

Opere tradotte
I costi di produzione di una buona edizione di un testo scientifico prevedono, oltre al pagamento dei diritti di traduzione all’editore dell’edizione originale, i costi di traduzione e (eventualmente) di revisione e commento al testo, in vista della sua presentazione ai lettori italiani. A questi si sommano tutti i costi standard previsti per qualsiasi pubblicazione (editing e correzione di bozze, carta e stampa, promozione e distribuzione, pubblicità nelle varie forme previste da un ufficio stampa).
Un editore sa che i valori delle vendite della gran parte di queste pubblicazioni non saranno in grado di coprire i costi di produzione, quindi, fin dall’inizio, si attiva per cercare forme di finanziamento che consentano l’operazione. Le più frequenti tra queste sono:

  • contributi alla traduzione ottenuti dai Ministeri della Cultura dei Paesi in cui è stata pubblicata l’opera originale (in Europa, Francia e Spagna costituiscono i Paesi più attivi in tal senso);
  • contributi alla traduzione elargiti dall’Unione Europea per contribuire alla circolazione delle lingue e delle idee (purtroppo, da alcuni anni, quasi annullati per la saggistica e orientati ai Paesi di più recente ingresso nella UE);
  • contributi alla traduzione (o all’edizione) devoluti da un dipartimento universitario interessato alla pubblicazione dell’opera in questione.

Opere prime
Se le vendite sono mediamente basse per autori collaudati e docenti affermati (con ampio seguito di studenti e colleghi “amici”), diventano risibili per il ricercatore alla prima prova. E questo è un dato indipendente, tengo a sottolinearlo, dalla qualità dell’opera: più e più volte ho deciso la pubblicazione di meritevoli (a detta di molti) opere di giovani autori che hanno venduto (in anni di vita del libro) poche centinaia di copie. Quindi l’uso prevede, in questi casi, che un dipartimento (o, a volte, lo stesso ricercatore) si faccia carico di parte dei costi di edizione, oltre all’impegno a utilizzare il volume nei corsi propri e dei docenti amici, “obbligando” gli studenti ad acquistarlo. Naturalmente ciò avviene per i dipartimenti e i docenti che possono permetterselo (sempre meno, vedi tagli all’università), ma per molti pubblicare, e farlo con una casa editrice accreditata (vedi all’ambigua voce: editori che pesano di più nelle valutazioni concorsuali) significa sommare un mattone alle possibilità di carriera accademica. Qui si aprirebbe il capitolo, tra il desolante e l’orrido, riguardante le forme di reclutamento nell’Università: lo rinvio a una prossima puntata, ché pagina (ancorché virtuale) e stomaco (benché barbuto) hanno i loro limiti.

Atti e volumi collettanei
Qui non c’è discussione: si pubblicano solo opere che portino in dote all’editore un finanziamento. E ciò vale anche quando i testi vengono editati e rivisti dai curatori, quando gli autori (praticamente sempre) cedono a titolo gratuito lo sfruttamento economico del loro saggio, quando il lavoro dell’editore è, cioè, ridotto al minimo indispensabile e gran parte dei suoi costi si concentrano nei passaggi distributivo-commerciali, nonostante si tratti di opere che avranno una distribuzione in libreria irrisoria e la circolazione sarà per lo più basata sull’impegno degli stessi autori (adozioni in corsi, seminari, ecc.).

Riviste scientifiche
Come sopra: non si pubblicano senza un finanziamento su cui contare in partenza. Gli abbonamenti (anche delle più diffuse) si attestano sulle due cifre e sono drasticamente diminuiti con i tagli ai fondi delle biblioteche. La presenza in libreria è una chimera e la circolazione si basa essenzialmente sul passaggio di mano in mano da parte della redazione.

Questo il quadro nel quale opera la gran parte delle case editrici che pubblica “saggistica alta”: quelle opere di saggistica, cioè, dedicate a un pubblico di lettori certamente specialistico ma meritevole di vedere pubblicati i lavori innovativi, quelli che provengono da ambiti linguistici e/o culturali ai margini o fuori dal mainstream, gli studi di settore che aggiungono tasselli, minuti quanto si vuole ma importanti, al patrimonio di conoscenze collettive che in una parola chiamiamo “ricerca”.

È corretto precisare che la gran parte delle case editrici che opera in questo settore, quando pubblica utilizzando i finanziamenti di cui sopra, lo dichiara apertamente: basta prendere uno qualsiasi dei volumi o riviste cui faccio riferimento e aprirlo alla pagina delle gerenze per rinvenire l’indicazione della partecipazione ai costi di edizione.

L’operazione trasparenza, quindi, sembrerebbe inutile. Ma è davvero così? E, soprattutto, si tratta di un meccanismo sano? Ammettiamo che le cose funzionino come da descrizione e che le case editrici dichiarino apertamente la presenza di forme di contributo per l’edizione. Secondo voi, in base a quali criteri sarà più facile ottenere la pubblicazione? Sì, certo, ci sarà, tra gli editori più testardi e attenti alla costruzione del catalogo, una quota di pubblicazioni “a perdere” o che prevedono un rischio maggiore, ma la gran parte delle scelte sarà orientata dalla presenza di un finanziamento, e del finanziamento più consistente.
Tutte le discussioni, in rete e fuori, sull’assenza di una tradizione di University Press in Italia e sull’inesistenza di qualsiasi forma seria di peer review lasciano il tempo che trovano, di fronte a tale scenario che prefigura un solo risultato: la riduzione ai minimi termini di alcune iniziative editoriali e la limitazione della scelta a quelle arricchite da una dote generosa. Questo è lo scenario che mi ha fatto assumere la decisione di interrompere l’attività della Meltemi, non volendo trasformarla in una casa editrice “universitaria” all’italiana, una casa editrice costretta a pubblicare solo i libri finanziati.

Già immagino chi, arrivato fin qui, stia fremendo per non aver letto la parola digitale. Eccoci.
Le pubblicazioni digitali, nelle varie forme in cui sono possibili, dal solo testo, ai pdf agli ebook alle applicazioni (a pagamento e non), sarebbero il naturale sbocco per le ricerche di cui sopra. Ne sono convinta, tanto più per le distorsioni prodotte da un sistema per cui i lettori di tali opere sono di frequente gli stessi produttori e si trovano, quindi, a pagare tre volte: come cittadini, finanziando il luogo in cui quei lavori vengono prodotti, l’università; come ricercatori-autori che, per dare sbocco editoriale al proprio lavoro, devono far pagare ulteriormente l’istituzione in cui operano; come lettori, infine, che acquistano quelle stesse opere, costituendone il pubblico “naturale”.

Ma chiunque abbia a che fare con l’università sa bene che le pubblicazioni digitali non hanno valore a fini concorsuali: semplicemente, non sono contemplate. E infatti, nell’ultimo decennio, sono nate alcune “University Press” su iniziativa di Atenei, di editori o miste che prevedono la pubblicazione on line e la stampa on demand di un numero minimo di copie: tutti i casi di questo tipo che conosco prevedono comunque un pagamento per la pubblicazione, anche per la sola edizione digitale; nessuno dei casi che conosco è dotato di un sistema trasparente di valutazione delle proposte e scelta delle pubblicazioni [edit: felice se riceverò smentite documentate].

Qualcosa, però, inizia a muoversi anche in Italia e, per esempio, si diffondono le riviste scientifiche che usano software open source, sono disponibili secondo canoni open access e adottano forme di valutazione e di peer review riconosciute internazionalmente (un esempio eccellente in Italia è la piattaforma Sirio dell’Università di Torino). Così come si diffondono iniziative di condivisione delle conoscenze aperte e libere, per fare un solo esempio: Oilproject: quasi sempre si tratta di iniziative nate su base volontaria e spesso la loro esistenza condivide la condizione di precarietà permanente di analoghe attività culturali. Chi non vuole pubblicare solo per avere un titolo da spendere per il prossimo concorso, insomma, di strade ne ha in abbondanza e in molti già le percorrono.

Share

I tagli alla cultura…

iniziano a mietere vittime anche tra gli eventi che hanno progressivamente sostituito, in questi anni, gli investimenti diffusi, e continui nel tempo, di cui l’Italia avrebbe estremo bisogno. Più libri Più liberi per quest’anno si salverà, ma si diffondono ipotesi circa un possibile trasferimento in un’altra regione. Staremo a vedere, anche se non è questo il punto.

Anche Più libri più liberi sotto la scure dei tagli
Mentre sugli schermi scorrono senza sosta le agenzie e i comunicati sullo spread in ascesa incontrollata e si guarda al Quirinale sperando in una soluzione della crisi politica e istituzionale, arriva la notizia dei finanziamenti scomparsi per la Fiera Più libri Più liberi. Regione e Comune, che patrocinano la Fiera, non avrebbero ancora confermato i propri contributi, mettendo a repentaglio il budget dell’evento: e se per il 2011 l’Aie avrebbe individuato una soluzione…

Continua a leggere qui

Share

Comunicazioni di servizio dei tempi presenti

Ricevo e pubblico (chissà che non ci siano filantropi tra i lettori):

Egregi Professori,
a causa delle note difficoltà finanziarie, La Biblioteca non potrà procedere all’acquisto dei testi in adozione per gli esami previsti per l’a.a. 2011/12. Chiedo di valutare la possibilità, laddove sia possibile e nell’interesse degli studenti, di fornire alla Biblioteca una copia dei testi d’esame.

L’immagine è di ptwschool.com

Share

Libri da banco

Nel numero di luglio di “Altreconomia” è uscito un articolo di Federica Seneghini dal titolo evocativo In libreria come al supermercato.

Federica Seneghini si è scontrata, come molti, con la difficoltà di reperire dati aggiornati sulla situazione del mercato editoriale italiano e, durante la ricerca, si è imbattuta sulle informazioni che da anni raccolgo per lo svolgimento del corso di Economia e gestione delle imprese editoriali all’Università di Tor Vergata.

Con Federica abbiamo avuto un lungo colloquio che ha costituito lo spunto per l’articolo e che mi auguro contribuirà a sollecitare ulteriori ricerche: rendere pubblici dati che in molti conoscono, ma che raramente vengono diffusi dalle principali fonti di informazione, è un obiettivo di trasparenza in grado di contribuire alla conoscenza condivisa e al superamento di iniquità del sistema.

L’articolo, cui si è aggiunto un commento di Paolo Soraci (Ufficio stampa delle Librerie Feltrinelli), è ora disponibile on line e si tratta di un buon punto di partenza per ragionare sul mercato editoriale italiano.

Prendete un libro di Altreconomia. Facciamo che costi 10 euro. 40 centesimi vanno subito in Iva. Un euro circa per la stampa. Altrettanto per editing e grafica. 80 centesimi vanno all’autore. Siamo già a 6,80 euro. Poi Ae decide che quel libro va in libreria. Il distributore nazionale cui si affida chiede il 56% di sconto (lui applicherà alle librerie il 30%). Da quel libro quindi, Ae porta in cassa la bellezza di 1,20 euro. A fine anno però si scopre che il distributore si è visto costretto a fare ulteriori sconti ai librai, in particolare alle grandi catene. Pena, l’esclusione dagli scaffali.
Fatti i conti, lo sconto reale arriva al 63%. Tradotto, per ogni libro da 10 euro ad Ae restano 50 centesimi, il 5%. Vi pare normale?

Continua a leggere qui.

Share

Pubblicare meno, pubblicare meglio. Lettera aperta a Marco Cassini

Caro Marco,

sto seguendo con attenzione il dibattito successivo al tuo post e alle precedenti riflessioni di Barillari (e del gruppo TQ).
Anche io ho avuto modo in questi anni di riflettere e discutere del mestiere di editore attraverso l’impegno universitario, oltre che misurandomi quotidianamente con il lavoro editoriale.

Proprio il confronto serrato con gli studenti ha costituito l’occasione per riuscire a cogliere con maggiore profondità di analisi alcuni dei nodi in cui si dibatte l’industria libraria, da un lato prendendo la necessaria distanza dalle contingenze dell’attività editoriale, dall’altro sottraendosi ai periodici (e spesso vacui) tormentoni cui ci trascina il dibattito, più o meno mainstream.

Tenterò, perciò, di ragionare sulle tue riflessioni e sulla tua proposta, riprendendo alcune considerazioni che proponevo più di un anno fa, aggiornandole alla discussione presente che vorrei non si riducesse al sondaggio pro o contro lo slogan del giorno, rischio che tu stesso segnali e dal quale inviti a sottrarsi.

Partirei però proprio da quello slogan, “decrescita editoriale”, poiché in quella formula è insita l’idea che pubblicare meno significhi pubblicare “meglio”. Già la nozione di un meglio (per chi? su quali basi?) è portatrice, se va bene, di pericolosi equivoci; se poi guardo alla mia personale esperienza nella saggistica posso testimoniare che i libri migliori, spesso, nascono dallo scambio e dalla condivisione di una riflessione comune, da un confronto plurale (che di frequente si traduce in altrettanti volumi), piuttosto che dal parto romantico e solitario di un autore (eventualmente accompagnato al suo editor/editore). Questo lavoro collettivo è divenuto oggi assai più evidente grazie alla rete, là dove le persone coltivano specialismi apparentemente autoreferenziali, che osservati meglio si manifestano come nicchie di saperi importanti da coltivare. Come per l’università: quando si ragiona sull’utilità di mantenere un corso, che so, di assirologia, pur essendoci solo due iscritti. Quale sarà l’ateneo che potrà e vorrà permettersi di mantenerlo, in perdita certa per gli attuali parametri di valutazione?

Per la narrativa le cose vanno diversamente? Certo, sui cloni dei vampiri, maghetti o signore in cucina potremmo imporre una moratoria. Ma su che base scegliere la migliore riedizione di un classico? Il marchio editoriale, il prezzo, una certa introduzione, una nuova traduzione? E come esser fiduciosi nella capacità e volontà dell’editoria di sperimentare, pubblicando l’autore ignoto, la ricerca stilistica, i contenuti innovativi, se il budget previsionale segna negativo?

Il fatto è che la conoscenza (l’arte, l’informazione, i saperi…), in quanto bene comune, è irriducibile all’utile (e non solo a quello economico), mentre i sistemi di selezione si basano, oggi, quasi unicamente su quello.

Con gli studenti, quest’anno, abbiamo avviato un blog di recensioni dedicato alle pubblicazioni degli editori indipendenti: per molti di loro, confrontarsi con una produzione tanto ricca quanto semisconosciuta è stata un’autentica sorpresa. Conoscevano alcuni di quegli editori, ne avevano letto qualche libro, ma la dimensione della proposta, in termini di ricerca, cura, scommessa culturale ha rappresentato una scoperta che penso resterà nella loro esperienza di lettori. Come lettori, d’ora in avanti, a prescindere dal canale in cui sceglieranno di compiere i loro acquisti (libreria di catena, indipendente, store on line), sanno che vale la pena cercare oltre le proposte da banco o da vetrina.

Se riteniamo importante consentire di esprimersi a questa pluralità di offerta, alla bibliodiversità, il problema però è come riuscirci, posto che quanto affermato da Gian Arturo Ferrari – pubblicare costa così poco da convenire più di un’indagine di mercato su quello stesso titolo – vale probabilmente per i grandi gruppi editoriali, non certo per editori che con poche decine di migliaia di euro mandano avanti la baracca intera (e forse adottano sistemi diversi dalle indagini di mercato per scegliere i libri da pubblicare).

Il punto è spinoso, poiché anche l’editoria digitale, che altrove sta già offrendo un’alternativa fondamentale alle perverse regole del mercato tradizionale, si troverà a sua volta a fare i conti con forme di concentrazione altrettanto potenti giocate dai grandi player globali – Amazon, Google, iTunes (e tale possibilità mi pare assai più realistica della paventata deriva in cui ciascuno si trovasse a leggere solo se stesso).

La peculiarità dell’editoria digitale – gli ebook in tutti i formati, noti e che verranno – sta nella sua capacità di imporre un ripensamento radicale al ruolo e al lavoro dell’editore: non un comparto del lavoro editoriale (i libri che stampiamo, li produciamo anche in ebook), ma la riconsiderazione delle modalità con le quali pensiamo, progettiamo, scriviamo e pubblichiamo i libri. C’è veramente molto che può essere sperimentato, nonostante le arretratezze strutturali e culturali, e ancora troppo scarse in Italia sono le iniziative (per esempio quiqui e qui).

Esperienze di questo tipo penso abbiano molto da insegnare sulle modalità con le quali restituire centralità al rapporto con i lettori, un rapporto che nell’editoria digitale vede i ruoli confondersi e oltrepassare le logiche tradizionali; logiche che di frequente, negli ultimi anni, mi si sono mostrate attraverso il paradosso di far sentire inadeguata l’editrice agli occhi della lettrice.

La legge Levi sul prezzo dei libri è un esempio recente e calzante, poiché la “difesa” di editori e librai indipendenti, con il tetto del 15% allo sconto, alla fine, la pagherà proprio quel già esiguo manipolo di lettori (circa 3 milioni dai 6 anni in su) che legge almeno un libro al mese. Ha senso imporre un tetto allo sconto sui libri mentre ogni altra scelta di politica culturale si muove in senso inverso e una parte dei big interessati, sappiamo fin d’ora, per consuetudine con gli svariati conflitti d’interesse, troveranno il modo di “eccepire” alla regola? In altri paesi, il prezzo imposto sui libri si accompagna a investimenti a sostegno di istituzioni pubbliche, librerie, editori e biblioteche (da noi l’Aib denuncia, per il 2011, tagli all’acquisto di libri fino al 35%), a serie (cioè selettive, mirate, attente alla qualità) campagne di promozione della lettura tra i giovani e gli adulti: si chiede ai lettori di pagare un costo in nome di un principio perché Stato e attori economici rispettano quel principio e restituiscono quel costo in altra forma. Il circolo è virtuoso, mentre qui rischia di divenire vizioso come altre forme di protezione corporativa delle quali si giovano soprattutto i soliti noti.

Esempi se ne potrebbero fare altri, a partire dall’oligopolio dell’editoria scolastica, talmente smodato da spingere qualche anno fa l’Antitrust ad aprire un’inchiesta per appurare la presenza di accordi di cartello sui prezzi: abbiamo qualcosa da dire, in proposito? Abbiamo da dire qualcosa sul ruolo dell’Aie, in questa come in altre circostanze, giacché l’associazione parla e agisce a nome di tutti gli editori, non essendoci altre voci rappresentative delle imprese editoriali?

A ragionare sulle questioni emerge una complessità irriducibile, che non si può affrontare solo con i buoni propositi dei singoli (mi dedico scrupolosamente alla raccolta differenziata, ma se il sistema di raccolta dei rifiuti è incoerente con i comportamenti virtuosi, campa cavallo…).

Quando, alla fine del 2008, lanciammo un appello per la sopravvivenza della Meltemi molti colleghi ripeterono per l’ennesima volta la tiritera “è il mercato, baby”, aggiungendo poi che tanto il libro “è anticiclico e si avvantaggia delle crisi” e che quindi la splendida macchina del mercato editoriale sarebbe tornata a brillare. Oggi si è allargata la schiera di quanti sono consapevoli che il mercato non è affatto libero (e quand’anche lo fosse non dà risposte adeguate per i beni comuni) e che lo stato depressivo del nostro Paese è ben più strutturale e profondo di quanto possa essere determinato dalle più acute crisi finanziarie.

Stendiamo pure un decalogo di azioni positive (proposte ne sono state fatte diverse, per esempio quiqui, e altre in passato), ma non perdiamo di vista l’insieme, che chiede una puntuale analisi critica di scelte politiche e comportamenti imprenditoriali, urgenti proposte e corposi interventi di inversione della rotta.

_________

Di seguito, i link ad alcuni dei post e articoli sull’argomento che tenterò di mantenere aggiornati:

Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia, di Marco Cassini (pubblicato il 14 luglio 2011, poi il 18 su minimaetmoralia);

Per un patto di decrescita nella produzione delle opere culturali, di Simone Barillari (28 giugno 2011, minimaetmoralia);

L’idea della graduale decrescita editoriale, di Antonio Dini (14 luglio 2011, Il Sole 24 Ore);

Nell’era della decrescita anche l’editoria prova ad adeguarsi, di Francesco Longo (14 luglio 2011, il Riformista);

Premi, Grant e cattedre: idee per il mestiere di scrivere in Italia, di Giordano Tedoldi (14 luglio 2011, minimaetmoralia);

Meno libri, di Luca Sofri (15 luglio 2011, Wittgenstein);

Newton Compton ad Affaritaliani.it: “Sì alla ‘decrescita’, ma servono anche i prezzi più bassi…”, di Antonio Prudenzano (18 luglio 2011, Affaritaliani.it)

Meno titoli per tutti, di Loredana Lipperini (18 luglio 2011, la Repubblica);

Decrescita infelice (per il libraio), di Disagiato (18 luglio 2011, Sempre un po’ a disagio);

Libri, la decrescita felice votata dai grandi editori, di Maurizio Bono(19 luglio 2011, la Repubblica);

“Decrescita felice? Da sempre Feltrinelli non inonda il mercato. E i risultati ci danno ragione, anche in un momento difficile come questo” (intervista a Gianluca Foglia), di Antonio Prudenzano (19 luglio 2011, Affaritaliani.it);

Signore e signori: l’Editoria! – Lettera aperta agli editori, di Luigi Bosco (20 luglio 2011, poesia 2.0);

Simone Perotti e la “decrescita felice” nell’editoria…, di Simone Perotti (20 luglio 2011, Affaritaliani);

Giulio Milani (Transeuropa) e la decrescita felice: “Valorizzare le bibliodiversità”, di Giulio Milani (20 luglio 2011, Affaritaliani);

Editori iperproduttivi e anomalie del mercato, di Marco Cassini (21 luglio 2011, la Repubblica) vedi post e commenti qui: Concentrazioni (21 luglio, Lipperatura);

Salva un libro, uccidi un editore, di Ilaria Bussoni (21 luglio 2011, il manifesto);

Anomalia italiana nell’editoria intervenga l’Antitrust“, di Andrea Cortellessa (21 luglio 2011, la Stampa);

Editoria: decrescita felice e circoli viziosi, di Cristiano Abbadessa(21 luglio 2011, paperblog);

Ecco perché gli editori pubblicano così tanto, di Gian Arturo Ferrari (22 luglio 2011, la Repubblica)  vedi post e commenti qui: I sassi del fondo (22 luglio 2011, Lipperatura);

Sommersi dai libri, di Simone Ghelli (22 luglio 2011, Scrittori precari);

Ma è decrescita o trionfo del bestseller?, di Andrea Libero Carbone (23 luglio 2011, il manifesto);

Autori, editori e librai/2, di lucius (24 luglio 2011, Editing and Publishing);

‘Pubblicare meno, pubblicare meglio’… Pubblicare digitale?, di Maria Cecilia Averame (25 luglio 2011, Maria Cecilia Averame, Quinta di copertina);

De Michelis (Marsilio): “Con Amazon noi editori saremo costretti a produrre di più…”, di Antonio Prudenzano (25 luglio 2011, Affaritaliani).

_________

[Update 1 agosto 2011]

Tener dietro al dibattito, intenso nonostante il periodo, non è affare semplice, anche a causa della pubblicazione, in questi stessi giorni, dei manifesti della generazione TQ. Di questi e le relative discussioni (ricchissime, in rete e sulla stampa) non darò conto qui poiché meritano una riflessione autonoma, anche se intrecciano numerose questioni sollevate dal mio post, come pure da molti tra quelli in elenco.

Va segnalata, però, una sorta di biforcazione del dibattito: mentre attorno ai manifesti TQ si sviluppano analisi e discussioni di politica culturale “generale”, gli altri interventi si concentrano prevalentemente sulla legge Levi e i suoi esiti. Questo ramo della discussione è animato dalla contesa (detto molto a spanne) tra coloro che sostengono necessaria una difesa dell’editoria tradizionale indipendente (piccoli editori, librerie, ecc.) attraverso specifiche forme di protezione, e coloro che ritengono tali provvedimenti illiberali e punitivi (nei confronti dei lettori oltre che verso i concorrenti) e auspicano un’accelerazione della transizione al digitale con conseguente adeguamento degli attori in campo.

Oltre ai link segnalati, ulteriori fonti di aggiornamento possono essere reperite su Twitter, seguendo gli hashtag #LeggeLevi#editoria#libri.

Le dimissioni di Guaraldi dall’AIE, di Mario Guaraldi (27 luglio 2011, bibienne);

I conti di Sandro Ferri, di Sandro Ferri (28 luglio 2011, Lipperatura);

Interesse pubblico, di Stefano Chiodi (29 luglio 2011, doppiozero);

Compiti delle vacanze, di matteob (29 luglio 2011, bookrepublic);

Vendere libri con l’aiuto dei pirati, di Giuseppe Granieri (30 luglio 2011, La Stampa);

Legge Anti-Amazon: felicità nella AIE e dimissioni, del Duca di Carraronan (31 lug 2011, Baionette librarie);

La difesa del piccolo libraio?, di Massimo Mantellini (31 luglio 2011, manteblog);

Verso un’ecologia della produzione editoriale, di Simone Barillari (31 luglio 2011, il manifesto);

Cultura non a buon mercato, di Manuel Peruzzo (1 agosto 2011, Il Giornale di Letterefilosofia);

DDL Levi “Nuova disciplina sul prezzo dei libri”, Comunicato dell’Associazione Italiana Biblioteche (1 agosto 2011, ora anche su Nazione Indiana);

Come salvare la nave che affonda?, di Martina Testa (2 agosto 2011, Le reti di Dedalus; anche su minimaetmoralia);

Incompetenti, per fortuna, di noiseFromAmeriKa (3 agosto 2011).

Faccia la cortesia, si Levi, di Massimo Mantellini (3 agosto 2011, manteblog).

Share